Sandro Donati e Alex Schwazer, la storia.

Voglio fare un breve riassunto del caso Schwazer, affinché ognuno si faccia la propria idea su una storia che parte da lontano.

Alex Schwazer , il più forte marciatore italiano (e non solo) di sempre viene trovato positivo  ad un controllo anti-doping alla vigilia dei Giochi olimpici di Londra 2012  e di conseguenza il Tribunale Nazionale Antidoping lo sospende fino al 29 aprile 2016.

Nel 2015 Sandro Donati decide di allenarlo. In seguito vince i mondiali di marcia 50km e ottiene la qualificazione per Rio. Ma chi è Sandro Donati, l’uomo che sta dietro alla “rivincita” di Alex?

Sandro Donati, 67 anni, oltre ad essere un rinomato allenatore di atletica leggera, è un guru dell’antidoping, spesso in contrasto con la IAAF (la Federazione Internazionale di Atletica leggera) della quale ha spesso denunciato un atteggiamento che lui stesso definisce “mafioso”, specialmente riferendosi agli atleti russi e cinesi.

Oltre che essere stato allenatore della nazionale italiana di atletica leggera, dal 1977 al 1987, è ad oggi essenzialmente l’antidoping fatto persona.

Uno che ha sempre fatto dell’onestà la propria bandiera. Addirittura ai Campionati mondiali di Roma nel 1987, da allenatore, svelò che il salto in lungo di Giovanni Evangelisti era stato misurato con uno strumento truccato, cosa che costò ad Evangelisti la revoca della medaglia di bronzo e a lui stesso, però, il posto da allenatore.

Nel 1989 scrive un libro, Campioni senza valore, nel quale con dovizia di particolari, viene denunciato il sistema doping nell’atletica. la prima edizione andò rapidamente esaurita e non fu più ristampato, non certo per volere di Donati. Lo stesso Donati si dice ne abbia una sola copia, e ad oggi esiste solo il PDF. Nella prefazione, Gianni Minà scrive: “E’ la storia di un uomo comune, onesto, appassionato, ben certo dei suoi valori, che un giorno, senza cercarlo né volerlo, si trova ad affrontare i più potenti…” … “Ad un certo momento si tenta perfino di far passare lui per bandito.” Il libro, per chi volesse approfondire, è scaricabile da questo link:

Campioni_senza_valore_PDF – 88MB

Dal 1990 al 2006 è stato Capo del Settore Ricerca del CONI e consulente della WADA, (World Anti-Doping Agency) fino all’autunno 2015. Donati è uno che ci ha sempre messo la faccia, a scapito della sua carriera, di privilegi e di interessi personali. Uno che è sempre stato considerato un “duro e puro” dell’antidoping.

 Nel Gennaio 2016 Sandro Donati dichiarava allo stesso Schwazer “Sono stato io a chiedere alla Wada di controllarti”. In seguito affermerà: “Dirlo ad Alex è stata una liberazione. La mia decisione ha provocato il danno dello stop, ma ritenevo fosse la cosa giusta. Se fossi stato nell’ambiente non lo avrei mai fatto arrivare a questo punto, l’avrei salvato prima”.

 Fu lo stesso Donati, quindi, a denunciare Schwazer, e lui stesso voleva essere autore della sua riabilitazione anche per dimostrare che, quando si è forti, ci si allena e ci si sacrifica, si può vincere restando puliti.

 Nella storia c’è molto più di un’ombra, ombre che provengono da un sistema internazionale che, se è vero quanto afferma Donati, è davvero  inquietante.

 In una chiara intervista rilasciata a “La Repubblica” prima dei giochi di Rio (che riportiamo di seguito) certo Donati non le manda a dire:

Chi l’ha voluto fermare?

“Questa storia porta con sé un messaggio molto chiaro: chiunque parla va messo fuori gioco, chi rompe il muro dell’omertà che c’è sul doping deve comunque pagarla cara”.

Ci spieghi meglio: da dove provengono queste minacce per la sua vita?

“Più persone mi hanno sottolineato come sia stato un grande azzardo da parte di Alex Schwazer accusare gli atleti russi di doping. Ed è evidente il rapporto di corruttela reciproco che ha contrassegnato la relazione fra alcuni dirigenti della Iaaf (la Federazione internazionale di atletica) e le autorità sportive russe, finalizzato ad insabbiare o a gestire in maniera addomesticata i casi di doping”.

E cosa c’entra tutto questo con la sua paura?

“Io ho avuto un ruolo fondamentale, collaborando con la procura della repubblica di Bolzano e con il Ros dei carabinieri, nell’individuazione di un gigantesco data base che era nelle mani di un medico italiano che collaborava e collabora ancora con la Iaaf. Nel data base c’erano centinaia di casi di atleti internazionali con valori ematici particolarmente elevati. E, tra questi, un gran numero di russi. Ho portato all’attenzione della Wada (l’agenzia mondiale antidoping) quel data base e nel frattempo la magistratura francese ha aperto un’indagine per riciclaggio e corruzione nei confronti del vecchio presidente della Iaaf Amine Diack che è stato arrestato “.

Lei sta dicendo quindi che la sua azione contro il doping ha provocato una rappresaglia?

“Ne sono sicuro. E ho cominciato a ricevere strane telefonate e anche strane mail che ho già consegnato alla magistratura. Una mi diceva: “Ho da comunicarti informazioni che ti riguardano, un accademico tedesco possiede documenti che dimostrano il tuo coinvolgimento nella vicenda del doping dei russi”. Era firmata da una certa Maria Zamora, un nome e una persona che non conosce nessuno. Ho fatto le mie ricerche e sono arrivato alle conclusioni che la parte corrotta della Iaaf e i russi sono un tutt’uno”.

Ma perché questo accanimento contro di lei?

“Perché c’è un sistema che non tollera che l’antidoping venga fatto da soggetti esterni alla sua organizzazione, in questo caso la Iaaf. La vicenda è stata in questo senso un’operazione quasi “geometricamente perfetta”. Che lancia un avviso a tutti: di doping non si deve parlare, ce ne dobbiamo occupare solo noi istituzioni sportive e chi ne parla fuori fa sempre una brutta fine”.

È una legge molto mafiosa, quella del silenzio.

“Il silenzio è la legge in quel mondo. C’è anche una complicità politica, ma non solo in Italia, in tutti i Paesi. Le manovre di isolamento nei miei confronti sono iniziate fra marzo e aprile di quest’anno quando hanno messo in circolo alcune informazioni false, secondo le quali io avrei avuto un ruolo marginale nella Wada. Un tentativo di delegittimarmi, il mio rapporto con la Wada è sempre stato intensissimo fin dal 2003. Eppure qualcuno ha scritto che io ero “un millantatore”. Poi è arrivato il resto. L’8 maggio – il giorno prima che Alex vincesse a Roma la gara dei 50 chilometri per la qualificazione a Rio – qualcuno mi ha telefonato dicendomi “che sarebbe stato meglio che Alex arrivasse secondo”. Una ventina di giorni dopo lo stesso personaggio mi ha ritelefonato consigliandomi di “non rispondere all’attacco dei marciatori cinesi” nella 20 chilometri. C’è gente che vuole condizionare i risultati, gente che ha interessi altri. Io, dopo 35 anni di attività, posso dire che non ho mai visto tanta coalizione di forze e tanti segnali inquietanti come in questa vicenda di Alex”.

Professor Donati, lei è da una vita che combatte contro il doping. Ma davvero l’hanno lasciato sempre solo?

“Qualche mese fa alcuni deputati della Commissione Cultura della camera mi avevano invitato per un’audizione. Mi sono preparato, poi le istituzioni sportive hanno lavorato per depennare il mio nome. Silenzio. Vogliono solo il silenzio”.

Come sta Alex Schwazer?

“È un ragazzo serio. È aggrappato a una piccola speranza che vede in me. Ma è così sereno che l’altro giorno mi ha detto: ” Prof, se non mi vogliono, io farò altro”. Io però non mi arrendo anche se vivo nel terrore. Ho paura ma non mi piego”.

Ed ora, ognuno si faccia la propria idea.
GR
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